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Le Relazioni Familiari PDF Stampa E-mail

La famiglia, è da sempre la forma di rappresentazione più importante dell’ordine sociale, una sorta di Santuario simbolico dei valori e dell’onore.

Nella famiglia, infatti, i legami affettivi di attaccamento che caratterizzano i rapporti tra partner e tra genitori e figli, costituiscono nell’opinione comune, motivo sufficiente alla strutturazione di un ambiente sereno.
È dentro i rapporti familiari, che gli stessi eventi della vita individuale che più sembrano appartenere alla natura, ricevono il proprio significato e tramite questo, vengono consegnati all’esperienza individuale: il nascere, il morire, il crescere e l’invecchiare.
Donati (1991) definisce la famiglia come: “Un sistema vivente altamente complesso, differenziato e a confini variabili, in cui si realizza quell’esperienza vitale specifica che è fondamentale per la strutturazione dell’individuo come persona”.
Analizzando questa definizione ne conviene l’importanza delle relazioni all’interno della famiglia, soprattutto, per il bambino, per lo strutturarsi della sua identità di genere e della sua personalità, che perdurerà tutta la vita.
Inoltre, la famiglia è il luogo preposto biologicamente, ancor prima che giuridicamente e socialmente, all’accudimento della prole ed alla soddisfazione dei suoi bisogni evolutivi.
L’ambito originario di vita e di relazioni conferisce valore e significato alla percezione del mondo, del proprio essere, del proprio stesso sentire, dando luogo a quei “modelli operativi interni” che costituiscono l’impianto della mente che accompagnano tutta la vita, guidando le azioni e le concettualizzazioni di ognuno.
Non è arbitrario quindi, pensare all’educazione come un processo idoneo a condizionare tanto la salute quanto la malattia mentale delle persone coinvolte in esso.
Purtroppo, non sempre la famiglia di oggi è capace di svolgere adeguatamente il suo impegnativo compito educativo, protettivo e socializzante, sopratutto quando entra in crisi, diventando fonte di patologie e sede di violenza.
La famiglia contemporanea, abbandonate le funzioni istituzionali, trasferite alla società esterna, tende, a fondarsi quasi unicamente sulle funzioni microsociali o personali, ossia sulla promozione tra i coniugi, tra i genitori e tra i figli.
Si tratta, in realtà di un compito estremamente impegnativo ed il fatto che questo sia divenuta la base pressoché esclusiva della famiglia contemporanea contribuisce a determinare la maggiore fragilità.
Proprio questa circostanza, apparentemente ottimale, si rileva, infatti, una fonte di grave instabilità poiché lo sviluppo armonioso di queste funzioni dipende direttamente dalla capacità di funzione reciproca dei singoli componenti.
Quando questo fallisce, o si realizza in modo fortemente squilibrato, nascono tantissime tensioni interne, che provocano facilmente situazioni di violenza fisica e/o psicologica.
La nostra travagliata epoca assiste al tramonto di un modello familiare plurimillenario, e passa dalla rigida gerarchia, a volte brutale e certamente, a una famiglia come società di eguali, nella quale la confusione dei ruoli, un tempo ben definiti e delimitati, ha contribuito a una situazione di crisi, dovuta, anche, al venir meno, di sicuri punti di riferimento.
L’esplosione dell’aggressività, infatti, diviene tanto più facile quanto più si moltiplicano i fattori di crisi funzionale dell’istituto familiare.
In definitiva, si è creata la sconcertante situazione per la quale, in un mondo in cui si tende a disciplinare ogni tipo di rapporto, la famiglia è il luogo dove è più facile scatenare l’aggressività.
Tuttavia, seppur i cambiamenti e i fattori di crisi che investono la famiglia di oggi, riflettono certamente la situazione della macrosocietà, le forme di violenza, abuso e malessere che si verificano nell’ambito familiare presentano caratteristiche particolari, tali da rendere senz’altro corretto il loro inquadramento, come fenomeno autonomo.
Tuttavia, prima di affrontare il tema specifico delle dinamiche familiari è necessario chiarire che la famiglia inizia nel momento in cui la coppia decide di condividere un progetto di vita, un fine.
La cultura attuale è una cultura che dà primato alla corporeità, a ciò che appare, e questo affascina le generazioni ma si tratta di un primato che porta a vivere secondo i disvalori, cioè secondo il principio del piacere, dell’apparire.. senza un progetto di condivisione di valore.
E’ evidente che il narcisismo, l’edonismo, sono elementi di disamore che non aiutano i nostri giovani a capire il senso della scelta di vita familiare, perché viene a mancare la dimensione progettuale.
Per capire le dinamiche relazionali che si strutturano in famiglia anzitutto è necessario capire la coppia, perché è la coppia il fondamento della famiglia.
Nella coppia di oggi, invece, è più frequente sentire l’altro come ostacolo alla propria realizzazione cosicché l’unione va a perdere l’idea di quel progetto comune, dell’affettività, come anche il bisogno di sentirsi amato e necessario per l’altro.
Questo significa prestare anche attenzione alla relazione alla famiglia di origine.
Ogni famiglia è tre famiglie, perché è carica dell’eredità delle famiglie d’origine da cui ciascuno proviene.
L’appartenenza alla propria famiglia di origine è l’appartenenza di significato più importante che una persona ha, nel bene e nel male, soprattutto nella capacità di evidenziare i limiti della propria appartenenza familiare.
In questo senso c’è una dinamica familiare che non va trascurata , e che possiamo definire la cura della riconoscenza, che significa imparare a vivere nella giusta distanza.
Se è vero che non si finisce mai di essere figli quando ci si sposa, il rischio, è quello di restare troppo figli, diventando poco coniuge e affatto genitore.
Poi c’è la dinamica della relazione parentale, quando la coppia diventa genitore.
 In questa evoluzione naturale della famiglia intervengono dinamiche affettive che diventano complesse: la relazione con il figlio, la sua educazione, il suo rispetto, il suo bisogno di protezione, di rassicurazione,  di affetto, di amore.
Oggi si parla di emergenza educativa, ma non esiste una concezione unitaria di educazione, perchè educare una persona è un compito che ci interpella in prima persona in quanto significa mettersi a servizio di una persona per ciò che siamo, aiutarla a capire il valore di cui è capace e di scegliere la propria vita, valorizzandola.
L’educazione, quindi, non è un’attività naturale, in senso fisiologico, come lo sono il mangiare e il dormire, è piuttosto un’attività intenzionale, che presuppone un fine, un progetto, perché non è semplicemente stando accanto e dando tutto che si educa.
Educare è un atto che richiede intelligenza e coscienza, intelligenza perché bisogna capire i bisogni dell’altro, coscienza, perché non si modelli o plasmi l’altro, ma solo orienti.
Educare è avere chiaro il fine educativo, la meta, il progetto, appunto.
La persona educata, quindi, diventa la persona che ha scelto il senso della propria vita e si impegna a vivere secondo questa scelta, comprendendone la libertà secondo i valori che gli sono stati tramandati, “insegnati..”
Ora, le dinamiche affettive.
L’affettività è una delle dimensioni, ineliminabile, del nostro essere personale che ci rimanda all’educazione.
Se è vero che una persona, infatti, deve essere rispettata nella globalità delle sue dimensioni,  allo stesso modo deve essere protetta nella sua dimensione emotiva, che in alcuni passaggi della vita è più esigente
Il bisogno affettivo di sentirsi amato, è, per qualsiasi individuo, il bisogno fondamentale della dimensione affettiva.
Non c’è corrispondenza tra amare e sentirsi amati. Sentirsi amati vuol dire sentirsi un significato per qualcuno.
E’ un bisogno importante da soddisfare, che richiede attenzione alla relazione, a qualsiasi relazione significativa.
La relazione con il figlio, che nel suo crescere ha bisogno di sentirsi amato, è la prima dinamica che oggi la famiglia non riesce ad attuare.
Gli adolescenti rilevano carenze e bisogni affettivi, ed è molto triste, quando, le famiglie si interrogano di fronte a dei fallimenti familiari dicendo “ abbiamo dato tutto”: bisogna capire che i figli hanno soprattutto bisogno di sentire il bene e parte di una famiglia capace di una comunicazione reale, di un’atmosfera calda e rassicurante.
Nella relazione parentale, occorre dunque la cura del dialogo genitori/figli.
Il dialogo non si improvvisa, ma deve avere una base una relazione consolidata.
Il genitore deve essere attento ai bisogni del figlio, tradurre gli stati d’animo, soprattutto in relazione a quei ragazzi che non sono capaci di esprimere le proprie richieste o assumono atteggiamenti passivi che denotano incapacità di agire e scarsa stima di sé.
Il segreto è imparare a saper fornire aiuto nel momento, interpretare le fasi di vita del proprio figlio, , leggere tra le righe la rabbia e la sfida senza subirla attraverso una falsa accondiscendenza ma affrontandola con modalità giuste che facilitino corretti processi di apprendimento e riflessione.
 
Dott.ssa: Lisa Reginelli

 

 
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